Nell’abisso di Haiti
Non c’è niente di nuovo nel fatto che Haiti venga ignorato. Da due secoli è vittima di disprezzo e castigo. Haiti fu il primo paese dove la schiavitù venne abolita. Thomas Jefferson, padre della libertà e proprietario di schiavi avvisava che da Haiti veniva il cattivo esempio, e diceva che bisognava «confinare la peste su quell’isola».
Haiti è un paese gettato nella spazzatura, per eterno castigo della sua dignità. Giace là come se fosse un rottame. Sulla frontiera dove termina la Repubblica Dominicana e inizia Haiti, c’è un grande cartello che avvisa: Lasciate ogni speranza… Dall’altra parte c’è l’inferno nero. Sangue e fame, miseria, peste…
Edoardo Galeano scriveva queste cose nel 2004 e oggi, dopo l’immane catastrofe del terremoto, assistiamo imptotenti agli effetti del vecchio e del nuovo schiavismo di cui gli Stati Uniti sono stati principali protagonisti fin dal 1915 quando i marines sbarcarono ad Haiti e vi rimasero rimasero diciannove anni.
La corsa degli Stati Uniti ad essere primi nei soccorsi, con l’aggiunta dell’invio di militari e, di fatto, un’invasione di un altro stato pongono alcune domande alle quali, in parte, ha dato voce Naomi Klein (qui l’articolo) lanciando un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again».
«Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l’economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
La Klein citava un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre un popular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati Uniti al tragico terremoto di Haiti offre l’opportunità di ridisegnare il governo e l’economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l’immagine pubblica degli Stati Uniti nella regione». «Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme»
Le immagini di Haiti dopo 48 ore dal terremoto
Ne parlano: Gennaro Carotenuto, Techup , AltroQuotidiano, Jacopo Fo, Geograficamente, The Next, Simplicissimus
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