Le fole non le conosce chi non sa cos’è una veglia.  Il luogo tipico dove si usava raccontare le fole nei paesi di montagna era intorno al fuoco del camino, durante la veglia d’inverno, oppure nella stalla al caldo degli animali.  Dopo  cena i membri di una famiglia si radunavano insieme, adulti e bambini, dopo una lunga giornata di lavoro e, a volte, si univano amici e vicini.

In quella cultura contadina non c’erano televisioni, computer o telefonini e le veglie erano il modo di stare insieme e fare comunità,  di ascoltare la voce, narrante, di guardare le espressioni dei volti, di immaginare e di stupirsi.

Nella “modernità” fatta di   società tecnologiche, dell’industria dell’immagine, di trasmissioni televisive alla “Grande fratello”,  o con linguaggi sempre più sintetici “modello sms”,  la tradizione orale non ha più spazi. E come per le veglie e le fole è quasi scomparsa la tradizione del  Canto del Maggio.

La narrazione delle fole si è ridotta alla dimensione dello spazio familiare e oggi rimangono solo pochi nonni, quelli più anziani, che raccontano le nostre fole ai nipoti.

La vera attrazione della veglia era il narratore di fole. Non tutti coloro che prendevano parte alla veglia erano in grado di narrare favole. Il narratore di fole era persona di spiccate doti inventive che raccontava storie di antica tradizione con un linguaggio colorito e ad esse spesso si aggiungevano episodi derivanti dalla propria esperienza personale o fatti accaduti nel paese che tutti potevano riconoscere, sebbene straniati da una buona dose di fantasia.

Di solito questi racconti erano resi più interessanti dall’inserimento di eventi meravigliosi e di personaggi fantastici: gli streghi e le streghe, le fate,  il foionco, il baffardello, l’omo nero. Personaggi che, secondo la tradizione, abitavano le grotte di cui le Alpi Apuane sono ricche o, semplicemente, case isolate nei boschi o in campagna.

Il narratore poteva variare la fola che raccontava a seconda dell’uditorio che aveva davanti. Ad esempio, se nella fiaba uno dei personaggi era zoppo e tra il gruppo riunito a veglia c’era una persona che aveva lo stesso problema, il difetto del personaggio variava: esso poteva diventare cieco o monco ecc.

Mutando le caratteristiche dei personaggi, talvolta cambiava anche la storia e la bravura del folatore stava anche nell’essere sempre in grado di modificarne la trama ma non la fine. E anche la memoria del narratore influenzava la fola.  Poteva accadere che si ricordasse la storia che aveva sentito, ma non i particolari, che inseriva lui stesso così, di una stessa fola, c’erano diverse versioni.

La fola era anche la trasmissione di messaggi educativi, un modo per esorcizzare le paure e stimolare la fantasia dei bambini.

Il nuovo narratore di fole, per grandi e piccini, è diventata,  ormai da anni, la televisione che ha cambiato, in peggio, una grande parte di questo Paese. Ma io spero che ci sarà sempre qualcuno, che intorno al canto del fuoco, racconterà una fola le cui radici sprofondano nei millenni e, in versioni diverse, sono patrimonio di tutti i popoli.