Ci salverà la tecnologia? Ne dubito fortemente…
Superati i confini urbani di Tokyo i campi di riso scolpiscono il paesaggio inquadrato dai finestrini del treno superveloce Skinkansen. In Giappone sono 6,7 milioni le famiglie impegnate nell’agricoltura secondo le rilevazioni del ministero degli Affari interni. Il progressivo invecchiamento della popolazione ha aperto interrogativi sulla trasmissione della tradizione imprenditoriale ereditata dalle coltivazioni.

La domanda è come trasmettere conoscenze alle generazioni più giovani. E la risposta arriva dall’agrocloud. In dieci luoghi è attivo un progetto sperimentale per il monitoraggio in tempo reale: gli operatori nei campi fotografano le piante attraverso un’applicazione installata su un cellulare e inviano le immagini per ricevere consigli e assistenza, ad esempio per affrontare fitopatologie. Inoltre, una rete di dispositivi grandi quanto una chiavetta usb e disseminati sul terreno rileva i valori di umidità, temperatura e irraggiamento del sole sulla superficie di microaree, fino a ricostruire una mappa dettagliata e dinamica.

Sono informazioni inviate attraverso i network di telefonia mobile di terza generazione e archiviate in banche dati: le infrastrutture nella nuvola informatica diventano piattaforme per simulazioni e analisi dell’efficienza gestionale, con un livello di dettaglio finora impossibile. Per adesso l’agrocloud è un’iniziativa in fase di test, elaborata da Fujitsu negli ultimi tre anni: entro il 2012 è previsto il primo sbarco sul mercato locale. In Giappone il fatturato derivante dai prodotti coltivati, secondo il ministero dell’Agricoltura, è di 8mila miliardi di yen, equivalenti a circa 80 miliardi di euro: il 37,5% deriva da sovvenzioni pubbliche.

Gli agrodati sono un ulteriore tassello dell’universo di big data che non ha ancora una definizione univoca: secondo Forrester research, ad esempio, big data significa analizzare «petabyte di informazioni strutturate e non strutturate ad alta velocità», dove un petabyte corrisponde a un miliardo di megabyte. A generarli sono sensori, social network, aziende, istituzioni pubbliche, cittadini. È una sfida raccolta dai colossi globali dell’hitech che supera i confini del settore business per rispondere alle esigenze della società, a partire dall’integrazione con la nuvola informatica di salute, agroindustria e reti intelligenti per la gestione dell’energia (smart grid). Diventa, a cascata, un’occasione di sviluppo per una filiera di piccole e medie imprese locali. Osserva Martin Schulz, direttore del Fujitsu research institute: «Anche una Silicon Valley giapponese potrà beneficiarne attraverso startup e venture business».

È una frontiera aperta. «Per analizzare big data serve un livello superiore di computing», ricorda Claus-Peter Unterberger, chief marketing officer di Fujitsu technology solutions. Al momento il supercomputer K ospitato a Kobe è il primo nella classifica dei Top500 al mondo. Ha raggiunto il 30% dell’operatività prevista: prima dell’estate sarà completato lo sviluppo dell’infrastruttura software. «Ha richiesto una squadra di circa trenta persone impegnate per 6-7 anni», spiega Tadashi Watanabe, project leader del centro R&D del Riken institute, equivalente del Cnr in Italia. È raffreddato da un sistema idraulico in grado di gestire mille tonnellate di acqua al giorno: la temperatura operativa nelle sale del supercomputer è di trenta gradi.

La potenza di calcolo di dieci petaflop sarà accessibile anche all’esterno per le aziende, ad esempio durante la progettazione di automobili o nella ricerca farmaceutica. Big data riguarda l’immediato presente: resta un nodo aperto nella business intelligence di aziende medie e grandi. Dove è in rapido cambiamento il perimetro dell’ufficio a partire dalla diffusione dell’abitudine di lavorare su dispositivi mobili come cellulari e tablet utilizzati anche nel tempo libero, descritta dall’acronimo byod, «bring your own device». Che contribuisce all’espansione di big data.